Mestieri La mamma quasi ogni anno chiamava il materassaio , sempre lo stesso, ormai molto anziano, di cui si fidava. Io ero davvero piccolo, allora, e amavo guardare il lavoro del vecchietto che scuciva i materassi, un paio ogni anno, a rotazione, ne recuperava la lana e la passava tra i pettini della sua cardatrice . La mamma mi sgridava. Via di lì - urlava - non devi respirare tutta quella polvere, ti fa male … Io nemmeno l’ascoltavo, imbambolato com’ero ad ammirare il va e vieni del pettine oscillante di quella strana macchina, irto di artigli ricurvi, che ad ogni passaggio agganciava qualche ciuffo di lana e lo “ pettinava ” contro i denti fissati sulla panca su cui stava seduto il vecchietto. Era un lavoro lento e paziente, che il cardatore affrontava con un fazzoletto annodato sul viso per difendersi dalla polvere. Dopo qualche ora di quel lavoro, la montagna di lana cardata veniva infilata con cura in un nuovo sacco di tela da materasso, sempr...
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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026
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Bottega È come se ne fosse andato un amico, un pezzo di mondo che mi faceva compagnia. Oddio, nulla di importante; non era certo un punto di riferimento per le poche attività che ho mantenuto, invecchiando. Però passando di lì, e mi capita spesso, quasi ogni giorno, vedo l’insegna di quella minuscola bottega, su cui, a volte, prendo le misure dei miei spostamenti. Chiuso per cessata attività, c’è scritto sulla serranda. Mi sono ricordato delle poche volte in cui sono entrato in quella bottega, chiedendo la stampa di qualche fotografia scattata col cellulare. Poche foto, pagate pochi spiccioli. Con la diffusione degli smart-phone , la stampa fotografica di qualità è divenuta un’attività al limite della sopravvivenza. Il titolare del negozio esponeva in vetrina anche qualche apparecchio fotografico: chi compera più una fotocamera? - mi sono chiesto molte volte. Una sera sono entrato in quella botteguccia per ottenere le foto-tessera da presentare per il...
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La via del Supramonte 10 - Regole Pioveva a dirotto fin dall’alba. Cielo di piombo, vento teso di maestrale, umidità penetrante che arrugginiva anche le ossa. Era la fine di gennaio e alle tre del pomeriggio, dal furgone dove cercavo riparo, quasi non riuscivo a scorgere il traliccio e il lumeggiare degli strumenti che, infaticabili, continuavano a trasmettermi dati. Decisi che era ora di smettere. Indossata la mantellina, corsi a spegnere il generatore e a recuperare gli attrezzi da ricoverare nel laboratorio mobile. Zuppo, intirizzito e di pessimo umore, avviai il furgone, misi al massimo il riscaldamento e lentamente mi avviai verso Funtanabona . Trovai agitazione nel cortile. I carabinieri, zuppi come me, correvano dalle campagnole alla caserma. Il Maresciallo mi vide, allargò le braccia e gridò: è arrivato, siamo salvi! Mi guardai intorno. Non c’era anima viva. Il Salvatore dovevo essere io! Con l’aureola sul capo, tornò il buon umore. Siamo isolati - disse il ...
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La via del Supramonte 9 - Mina Arrivò l’autunno, portandomi non pochi problemi. La pioggia, assente per quasi sei mesi, cominciò a tormentare le mie giornate a partire dalla metà di ottobre. L’acqua rese difficile maneggiare gli strumenti sistemati sul grande leccio prigioniero nel castello di tubi e legato con decine di metri di cavi e cavetti. Anche le strette tavole su cui, in precario equilibrio, mi muovevo sul castello di tubi divennero scivolose, ancor più quando vi si doveva salire con le scarpe sporche di fango, rossastro, viscido come la cotenna dei maiali. All’imbrunire cominciai ad avvertire il freddo pungente dei mille metri dell’altopiano del Supramonte: quando s’alzava il vento, e lì prese a regnare il Maestrale, non avevo modo di mantenere le mani calde e capaci di movimenti fini e delicati; ma, soprattutto, ero scosso da brividi continui, che mi resero le notti insonni, e infelici! Decisi, così, di chiedere ospitalità in caserma; grazie a dio mi venne subito ...