Faggi e pomodori Mi stava portando in Lessinia, che in qualche modo era casa sua. Ci sono cresciuto, conosco ogni sasso, ogni albero … vedrai che ne resterai incantato! Già solo il suo racconto di Bolca e della Pesciara, con la storia dei giacimenti fossiliferi, mi aveva affascinato, inducendomi a programmare un ritorno e una visita accurata a quei luoghi, e al museo dei fossili. Ma c’era tutto il mondo forestale ancora da vedere, altrettanto importante di quello geologico. Franco mi raccontava dei calcari purissimi di quella montagna, e dei terreni particolari che ne derivavano. Mi aveva fatto fermare un paio di volte, dove la strada era stata sistemata da poco e ai suoi margini la scarpata era stata tagliata di netto, mettendo in luce il candore della roccia madre e il rosso acceso delle argille su cui si era sviluppato il terreno. Mi aveva spiegato i meccanismi della pedogenesi molto simile a quella che si organizza in Meridione con le terre rosse mediterranee ...
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Par OLONE Paolo era stato compagno di corso di un mio professore, Mario, che più volte era sceso in Sardegna per salutare il suo vecchio amico e poi per venire a dare una mano a me o a Beppe in Supramonte. Paolo era capo dell’Ispettorato di Nuoro. Un giorno decise di salire fino a Funtanabona per passare il pomeriggio coi suoi Forestali, e con me. Venne a trovarmi in foresta. Era un toscanaccio, con la battuta pronta e la capacità di ridere di tutto. Ecco l’ allometra - esordì ricordando una espressione del prof. Susmel con un sorriso burlone sulle labbra - adesso ci facciamo dire quante foglie ha questo leccio. I Forestali in divisa non avevano mai sentito quella strana parola. Avevano lavorato intorno ai lecci abbattuti su ordine del Generale, ma nessuno aveva impiegato con loro quel termine, cui qualcuno imputava lo scempio compiuto a Montes. Mi guardarono con la bocca aperta: una nuova qualifica si aggiungeva al curriculum del ragazzone di Padova che erano sta...
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Salve Erano venuti in tre portando vino, formaggio e pane carasau . Avevano lasciato la Campagnola lontana dagli impianti di ricerca e si erano materializzati all’improvviso, come sapeva fare zio Archa, il mio amico pastore. Sorridevano della mia incapacità di avvertire i cambiamenti dell’aria; avrei dovuto sentire i segnali di chi si stava avvicinando di soppiatto. Neanche i cinghiali sono così silenziosi - brontolai - e poi … a cosa dovrei stare attento? Qua lo sanno tutti cosa sto facendo, e chi sono, e che razza di pericolo costituisco! Col braccio segnavo la foresta tutto intorno, come a mostrare la folla di pastori e di latitanti che mi stava spiando nel silenzio di Montes. Risero. Sardi siamo … noi stiamo attenti a tutto! Mangiammo e bevemmo seduti sui sassi. Nessuno venne a vedere chi stesse parlando così a voce alta. Dovetti andare a regolare gli strumenti; quando tornai stavano parlando di armi. Chiesi di quelle che portavano al fianco. Fecero spall...
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Api Avevo nello zaino una vaschetta di miele conservata chissà da quale colazione consumata in albergo. Coscienziosamente l’avevo vuotata, in caserma, mentre chiacchieravo coi miei ospiti. Volevo dare una buona impressione di me, sostenendo che nulla andava buttato; avevo così finito col leccare la vaschetta ormai vuota per poi sistemarla nello zaino tra le cose da riportare a casa. Sono goloso di miele - mi ero giustificato vedendo la perplessità disegnata sul viso dei forestali; avevo subito cambiato discorso. Tornando a Montes di lì a tre settimane, il vecchio Archa m’era venuto incontro sorridendo, cosa che mai gli avevo veduto fare. Guarda cosa abbiamo trovato - mi disse - lo abbiamo recuperato a colpi di accetta! Mi mostrava un bacile come quello usato dalla nonna nella casa di campagna, di ferro smaltato di bianco, con un sottile bordo azzurro lungo tutto il margine superiore. Un tempo serviva a contenere l’acqua usata per lavarsi le mani e il viso. Quello che Archa mi sta...
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DOP Mi avevano mandato in bottega a comperare dello shampoo . Ero andato con Dario, mio cugino, evitando, dove possibile, lo stradone lungo il quale comunque passava nessuno. Lo evitavamo perché le cosiddette scorciatoie , ritagliate in mezzo alle boscaglie del monte, erano ombrose e affascinanti: lì c’era sempre qualcosa da scoprire! In bottega lo shampoo c’era solo in confezioni monodose: calcolai che ne avevano bisogno le mie sorelle, e tornai a casa con due minuscoli involucri di plastica gialla di shampoo DOP. Solo a casa provai a leggere la scritta sulla confezione: era stata grattata col coltello, o con una lametta, ma riuscii a leggere: campione omaggio - vietata la vendita . Mi arrabbiai, sentendomi truffato. La mamma se ne accorse, e fece spallucce. Qua, sul monte, è già difficile campare … non c’è bisogno di baruffe per poche lire di shampoo. Porta pazienza. Pensai a lungo alle parole della mamma. Era saggia, e aveva ragione. Mi dimenticai subito dello shampoo ...
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Mani Era tornato nella sua vecchia casa di Vicenza, e così potevo andare spesso a salutarlo: una partita a scacchi, una minestra per cena, un bacio svelto e poi via, di corsa, a Padova, dai miei bambini. Ogni volta lo trovavo più stanco, distratto, con poca voglia di parlare, forse anche di ascoltare. Gli stringevo le mani. Ricordavo il papà di trent’anni prima, forte, pieno di vita. Aveva mani d’acciaio, che mi facevano quasi paura, come la sua voce, un po’ burbera, adatta agli ordini più che alle coccole. Ora stringevo mani magre, pelle ed ossa. Le ossa potevo contarle tutte, ad una ad una, e la pelle era diventata sottile, una pergamena fragile, quasi trasparente. Le accarezzavo con nostalgia ed amore, sommerso da un mare di ricordi e di emozioni. Ora guardo le mie mani, e ricordo papà vecchio, seduto in poltrona, che mi parlava dei suoi figlioli, di cui ricordava mille storie buffe, a volte tenere, altre volte amare, gesticolando. Poi s’azzittiva, ...
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Gemini Il papà mi aveva portato a spasso fino a Monte Berico, salendo i quattrocento gradini delle scalette . Voleva provare la sua nuova macchina fotografica: una Voigtländer a soffietto. La ricordo benissimo. Immagino che per il papà le scalette fossero il posto ideale per sperimentare l’ottica della sua fotocamera, ricevuta in dono per Natale, o per la Befana; questo non lo ricordo. Arrivati alla fine della scalinata, mi aveva fatto sedere sul muretto al margine della stradina, mi aveva messo in mano un foglio che teneva in tasca perché fingessi di leggere e, dopo aver tentato di farmi sorridere, mi aveva scattato una foto. Era inverno; avevo quattro anni. Ricordo il fiatone guadagnato sulla salita, il freddo pungente, il cappotto pesante, la cuffia col pon-pon e la sciarpa. Amavo quella foto, che la mamma conservava in una scatola di latta con le altre immagini di famiglia. Chissà dove è finita. Mi manca, e forse è per questo che me ne torna spesso il ricordo. Stama...