Ferula Se non ci fosse … bisognerebbe pregare Dio perché ce la doni. Rispose Bastiano alla mia osservazione: ma quanta Ferula c’è? Non è pericolosa? L’avevo detto ricordando il professore di Botanica che ci aveva parlato del rischio legato al Finocchiaccio, specie tossica per le vacche. Guardai perplesso l’anziano maresciallo della Forestale al volante della Campagnola che mi portava verso Nuoro, poi tornai con gli occhi al margine della strada dove cresceva abbondante la Ferula . Perché poi? Tornai a domandare. Mi guardò stupito, cercando di perdonare l’ignoranza di quel ragazzo piovuto dal continente che non perdeva occasione per dimostrare che non sapeva nulla, proprio nulla, di quello che serve per vivere. Ci costruiamo di tutto - rispose sorridendo - quando il fiore si secca tagliamo la canna per mettere insieme sgabelli, panche, tavoli, mensole per posarci il formaggio a stagionare, e poi per legarci i salami ad asciugare … ci facciamo anche il piano del letto, per dorm...
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Fichi In giardino, a Padova, crescono tre alberi di fichi. Uno, che mi è stato donato da amici, l’ho piantato al posto di un vecchio fico schiantato dal vento. Gli altri sono arrivati così, spontaneamente, immagino portati dai merli. Mi piace vedere sbocciare e ingrossare i fiori . L’albero piantato ha sviluppato una chioma molto ampia che s’abbassa verso terra così che, all’altezza del naso, mi offre piccoli frutti bianchi e dolcissimi. Ne produce in gran quantità, così che umani e merli possono restare soddisfatti dall’abbondante raccolto. Gli altri due alberelli hanno invece la chioma che s’allunga verso il cielo, così che per raggiungere i frutti, violetti e corposi, devo piegare i rami col manico ricurvo del bastone. Questi frutti, grossi e dal lungo picciolo, sono amati dalle formiche, che si saziano a partire dalla buccia e si fermano solo una volta terminata la polpa, a ridosso del ramo. Non si può competere con le formiche: tro...
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Fioritura Mi piacerebbe che un bravo Maestro mi insegnasse a scrivere un racconto … cioè un racconto ben fatto , che piacesse non solo a me, ma anche ad altri cui capitasse di leggerlo. Mi sto però convincendo che nessuno può insegnare l’arte della “bella scrittura”. Certo, ci sono libri che illustrano le regole della scrittura corretta, quelle della grammatica, della sintassi e della giusta costruzione del periodo. Sono regole che un tempo venivano insegnate a scuola, e che tutti dovrebbero conoscere per poterle, nel caso, elaborare ed adattare al proprio stile per cimentarsi nella scrittura. Ma conoscere queste regole certo non basta per scrivere bene. Organizzare un bel racconto, anche se breve - ad esempio mezza pagina - è un cammino che non può essere indicato . Lo si deve trovare dentro di sé, scavando con gli attrezzi della mente, e del cuore. Gli inglesi hanno inventato l’espressione: show, don't tell (mostra, non raccontare). Il principio è ...
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Minosse Andavo quasi ogni pomeriggio a fare i compiti a casa di Mario. Abitava in una villa immensa, dove disponeva di uno scantinato adattato per consentirgli di giocare senza disturbare la famiglia. In una stanza era stato sistemato un tavolo da ping pong , in un’altra un calcetto balilla , e poi ancora un piccolo tavolo da biliardo … insomma, in quella casa non mancavano né gli spazi, né le risorse per occuparli. Andavo volentieri a fare i compiti da Mario, anche se abitava lontano da casa mia, praticamente dall’altra parte della città, oltre la ferrovia. Ma mi piaceva camminare e poi, tornando, avevo modo di ripetere a mente alcune lezioni, rielaborando le parole ascoltate, la mattina, dai professori. Ancora oggi mi par di sentire il professore di Greco. Era severissimo e in classe molti bisbigliavano della sua fede politica che lo aveva portato ad insegnare a Salò, dove aveva anche ricoperto un incarico al “M inCulPop ”. Spesso, a lezione, elabor...
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Cicca Ne ho già scritto, molti mesi fa. Mi ripeto ... il ricordo è vivissimo, prepotente. Eugenio aveva rubato due sigarette alle nostre sorelle e mi aveva portato in riva ad un canale, vicino a casa, per farmi provare il gusto del fumo. Erano sigarette eleganti, e costose. Mercedes, prelevate da un pacchetto piatto e sottile di cartoncino bianco con la scritta dorata. Seduti per terra, nascosti tra le canne che crescevano fitte vicino all’acqua, ricordo Eugenio che stringeva tra le labbra una di quelle sigarette. L’aveva accesa con un fiammifero svedese, ne aveva aspirato il fumo con aria esperta e me la aveva passata. Non volli essere da meno. Finsi d’essere anch’io un fumatore incallito: aspirai a fondo, mi riempii per bene i polmoni di fumo, divenni verde ramarro e cominciai a tossire violentemente. Forse vomitai nel canale. Non ne sono sicuro, ma ricordo d’essermi lavato il viso con quell’acqua che non era il massimo esempio della pulizia. Dopo un poco ...
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Il professore Qualche volta si mangiava in spiaggia, nel capanno che la zia aveva affittato per tutta la stagione. Le mamme portavano i panini da casa, e noi li sgranocchiavamo stando in veranda, o seduti sulle sdraio, sotto l’ombrellone. Dovevano passare almeno tre ore dal pasto prima di poter giocare in acqua. Allora si restava sulla sabbia, in qualche angolo d’ombra, e si giocava con le biglie, o si sfogliava qualche giornaletto. Eugenio era un pozzo di scienza: sapeva farmi stare a bocca aperta, raccontandomi cose strane, di storia, di sport, di faccende incredibili che accadevano qua e là in giro per il mondo. Lui si che ne sapeva di motori, di automobili o di aerei, di record e di prove di temerarietà di questo o di quel pilota finito nel Guinness dei primati. Qualche volta ho pensato che si inventasse quel che mi raccontava: ma era bello lo stesso: sapeva raccontare, e mi affascinava. Il tempo passava, ed io stavo bene assieme a mio...
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Piano La casa di Giangi era molto spaziosa. C’erano numerose stanze distribuite su due piani. Ricordo ben poco delle mie notti al Lido: di certo dormivo con la mamma e col papà; le mie sorelle s’erano sistemate con Floriana, sorella di Giangi , loro coetanea. Ricordo la cucina e la sala da pranzo, fresche e sempre ventilate. C’era un salotto, nel quale poltrone e divani erano addossati alle pareti; nel mezzo campeggiava un pianoforte a coda. Vieni, Eugenio - esclamò zia Irma - facci sentire come suoni. Questo ricordo mi dipinge Giangi forse di uno o due anni più grande rispetto al nostro primo incontro. D’accordo, Wolfgang aveva stupito il mondo quando non aveva ancora quattro anni; Eugenio ci stupì facendo volare le dita sulla tastiera a sei, sette anni al massimo. Sorrideva e suonava a memoria, senza spartito. Poi si aggiunse la zia, e suonarono a quattro mani. Si guardavano e ridevano del loro gioco. Stavo a bocca aperta. Di musica capivo a...