Il professore Qualche volta si mangiava in spiaggia, nel capanno che la zia aveva affittato per tutta la stagione. Le mamme portavano i panini da casa, e noi li sgranocchiavamo stando in veranda, o seduti sulle sdraio, sotto l’ombrellone. Dovevano passare almeno tre ore dal pasto prima di poter giocare in acqua. Allora si restava sulla sabbia, in qualche angolo d’ombra, e si giocava con le biglie, o si sfogliava qualche giornaletto. Eugenio era un pozzo di scienza: sapeva farmi stare a bocca aperta, raccontandomi cose strane, di storia, di sport, di faccende incredibili che accadevano qua e là in giro per il mondo. Lui si che ne sapeva di motori, di automobili o di aerei, di record e di prove di temerarietà di questo o di quel pilota finito nel Guinness dei primati. Qualche volta ho pensato che si inventasse quel che mi raccontava: ma era bello lo stesso: sapeva raccontare, e mi affascinava. Il tempo passava, ed io stavo bene assieme a mio...
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Piano La casa di Giangi era molto spaziosa. C’erano numerose stanze distribuite su due piani. Ricordo ben poco delle mie notti al Lido: di certo dormivo con la mamma e col papà; le mie sorelle s’erano sistemate con Floriana, sorella di Giangi , loro coetanea. Ricordo la cucina e la sala da pranzo, fresche e sempre ventilate. C’era un salotto, nel quale poltrone e divani erano addossati alle pareti; nel mezzo campeggiava un pianoforte a coda. Vieni, Eugenio - esclamò zia Irma - facci sentire come suoni. Questo ricordo mi dipinge Giangi forse di uno o due anni più grande rispetto al nostro primo incontro. D’accordo, Wolfgang aveva stupito il mondo quando non aveva ancora quattro anni; Eugenio ci stupì facendo volare le dita sulla tastiera a sei, sette anni al massimo. Sorrideva e suonava a memoria, senza spartito. Poi si aggiunse la zia, e suonarono a quattro mani. Si guardavano e ridevano del loro gioco. Stavo a bocca aperta. Di musica capivo a...
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Farmacia Sa già leggere - disse orgogliosamente la zia Irma alla mamma mentre, scesi dal vaporetto che ci aveva condotti al Lido, camminavamo verso casa. Io ero ancora emozionato per aver viaggiato su di una nave . Mi sembrava un transatlantico, anche se mio cugino Eugenio, che tutti chiamavano Giangi , sosteneva che era un lancione , uno dei vaporetti più piccoli che giravano per i canali della città. Era però anche il più veloce. Le parole della zia mi colpirono. Anch’io sapevo leggere … conoscevo a memoria tutte le lettere del mio nome scritto a stampatello, ed anche quelle che formavano i nomi delle Telle , le mie sorelle. La mamma però non pensò di farlo sapere alla zia. Sentii invece Giangi che, con voce piena di orgoglio e con una intonazione di superiorità sul resto del mondo, s’era messo a leggere l’insegna di un negozio che stava dall’altra parte della strada. Sillabava FAR … MA … Un urlo interruppe la lettura, che venne sostituita dal pianto. ...
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Nostalgia Ricordavo poco o nulla di quel cugino di cui mi parlava la mamma. Stavamo andando a trovarlo a Venezia, anzi, al Lido di Venezia. Smisi di pensare a lui solo quando arrivammo alla stazione di Vicenza. Mi piacque subito la stazione: enorme, di marmo, piena di gente, e con tanti treni sui binari. Mi si fermò il respiro quando arrivò quello diretto a Venezia. La mamma mi strinse a sé mentre la locomotiva ci passava accanto, sbuffando vapore, con un fracasso che più forte mai avevo sentito. Aveva ruote grandissime, alte forse più del papà che era corso a sistemare la valigia nella carrozza. Mi dimenticai della locomotiva quando rivolsi il mio interesse al finestrino, agli alberi, alle case, ai campi che correvano via velocissimi al nostro passaggio. Ma quante città ci sono al mondo? Mi venne da chiedere alla mamma ogni volta che si incontrava una stazione. Quella di Padova era immensa, forse più grande di quella di Vicenza che per me era il centr...
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Sala parto Non ne sapevo nulla … di questa pratica … Di bocca mi erano uscite parole in conflitto con la grammatica e la sintassi, roba da quattro, al liceo. Esprimevano però tutto il mio ignorante stupore di fronte a quanto mi stava raccontando la moglie di zio Archa mentre salivamo al Supramonte stipati nella campagnola dei Forestali. Appena fuori da Orgosolo la donna mi aveva indicato una macchia di lecci in mezzo alla gariga , colorata di asfodeli, cisti e pancrazi. Andavano tutte a partorire lì - mi aveva detto - altro che ospedali … in quel posto sono nata anch’io! Ma dai - mi era venuto da esclamare - come è possibile … ? Mi guardò storto, come se avessi messo in dubbio le sue parole. Mi scusai subito, dichiarando la mia ignoranza su questa pratica medico - forestale … Venivano a piedi dal paese, la donna che stava per partorire, e le comari che l’avrebbero aiutata. Lì in mezzo c’è un vecchissimo leccio, con un ramo orizzontale al posto ...
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Impostore Scorrendo Wikipedia mi sono imbattuto nella Sindrome dell’impostore. Si tratta di uno stato psicologico che induce chi ne è colpito a ritenere di non meritare alcuna forma di successo. Chi ne soffre dubita infatti delle proprie capacità e attribuisce gli eventuali, lusinghieri, traguardi raggiunti a fattori esterni, come la fortuna , e spesso ha timore di venire “smascherato”. E così, in sintesi, l’impostore ritiene di aver sempre preso il mondo per i fondelli! Avevo portato a Montes qualche libro di Selvicoltura. Mi attendeva un concorso. Il primo tra quelli che avrei dovuto affrontare in Università era quello che regolava il passaggio tra le posizioni di “assistente incaricato”, figura precaria come me in quel momento, e quello di “assistente di ruolo”. Era un concorso con implicazioni piuttosto dolorose, anzi, decisamente farcito di perfidia. Per ogni posto di ruolo, ad una cattedra erano infatti assegnati due posti di assistente ...
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Faggi e pomodori Mi stava portando in Lessinia, che in qualche modo era casa sua. Ci sono cresciuto, conosco ogni sasso, ogni albero … vedrai che ne resterai incantato! Già solo il suo racconto di Bolca e della Pesciara, con la storia dei giacimenti fossiliferi, mi aveva affascinato, inducendomi a programmare un ritorno e una visita accurata a quei luoghi, e al museo dei fossili. Ma c’era tutto il mondo forestale ancora da vedere, altrettanto importante di quello geologico. Franco mi raccontava dei calcari purissimi di quella montagna, e dei terreni particolari che ne derivavano. Mi aveva fatto fermare un paio di volte, dove la strada era stata sistemata da poco e ai suoi margini la scarpata era stata tagliata di netto, mettendo in luce il candore della roccia madre e il rosso acceso delle argille su cui si era sviluppato il terreno. Mi aveva spiegato i meccanismi della pedogenesi molto simile a quella che si organizza in Meridione con le terre rosse mediterranee ...