Filare È una delle prime immagini della casa dei nonni, sul monte, a Villabalzana, di cui conservo memoria. Avevo forse quattro o cinque anni, e una voglia immensa di scoprire e di capire il mondo; giravo sempre per le stanze, alla ricerca di angoli e di oggetti non ancora veduti, e studiati. Mi piaceva anche sperimentare strade nuove: ad esempio entravo spesso in salotto passando dalla finestra che si apriva sulla terrazza, cui s’accedeva dalla corte. Fingevo di non sentire gli strilli allarmati della mamma e della nonna, che spesso stavano lì a sferruzzare all’ombra profumata della pergola di Marzemino. A me sembrava che stessero lì ad attendere la maturazione dei grappoli di acini violetti di cui la mamma era ghiotta. Proprio lì, nell’angolo accanto alla porta del salotto, era sistemata una macchina misteriosa, davvero complicata. Era di legno scuro per gli anni, lucido e forse consumato dalle molte mani di nonni e bisnonni che l’avevano toccato, stretto e ma...
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Mestieri La mamma quasi ogni anno chiamava il materassaio , sempre lo stesso, ormai molto anziano, di cui si fidava. Io ero davvero piccolo, allora, e amavo guardare il lavoro del vecchietto che scuciva i materassi, un paio ogni anno, a rotazione, ne recuperava la lana e la passava tra i pettini della sua cardatrice . La mamma mi sgridava. Via di lì - urlava - non devi respirare tutta quella polvere, ti fa male … Io nemmeno l’ascoltavo, imbambolato com’ero ad ammirare il va e vieni del pettine oscillante di quella strana macchina, irto di artigli ricurvi, che ad ogni passaggio agganciava qualche ciuffo di lana e lo “ pettinava ” contro i denti fissati sulla panca su cui stava seduto il vecchietto. Era un lavoro lento e paziente, che il cardatore affrontava con un fazzoletto annodato sul viso per difendersi dalla polvere. Dopo qualche ora di quel lavoro, la montagna di lana cardata veniva infilata con cura in un nuovo sacco di tela da materasso, sempr...
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Bottega È come se ne fosse andato un amico, un pezzo di mondo che mi faceva compagnia. Oddio, nulla di importante; non era certo un punto di riferimento per le poche attività che ho mantenuto, invecchiando. Però passando di lì, e mi capita spesso, quasi ogni giorno, vedo l’insegna di quella minuscola bottega, su cui, a volte, prendo le misure dei miei spostamenti. Chiuso per cessata attività, c’è scritto sulla serranda. Mi sono ricordato delle poche volte in cui sono entrato in quella bottega, chiedendo la stampa di qualche fotografia scattata col cellulare. Poche foto, pagate pochi spiccioli. Con la diffusione degli smart-phone , la stampa fotografica di qualità è divenuta un’attività al limite della sopravvivenza. Il titolare del negozio esponeva in vetrina anche qualche apparecchio fotografico: chi compera più una fotocamera? - mi sono chiesto molte volte. Una sera sono entrato in quella botteguccia per ottenere le foto-tessera da presentare per il...
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La via del Supramonte 10 - Regole Pioveva a dirotto fin dall’alba. Cielo di piombo, vento teso di maestrale, umidità penetrante che arrugginiva anche le ossa. Era la fine di gennaio e alle tre del pomeriggio, dal furgone dove cercavo riparo, quasi non riuscivo a scorgere il traliccio e il lumeggiare degli strumenti che, infaticabili, continuavano a trasmettermi dati. Decisi che era ora di smettere. Indossata la mantellina, corsi a spegnere il generatore e a recuperare gli attrezzi da ricoverare nel laboratorio mobile. Zuppo, intirizzito e di pessimo umore, avviai il furgone, misi al massimo il riscaldamento e lentamente mi avviai verso Funtanabona . Trovai agitazione nel cortile. I carabinieri, zuppi come me, correvano dalle campagnole alla caserma. Il Maresciallo mi vide, allargò le braccia e gridò: è arrivato, siamo salvi! Mi guardai intorno. Non c’era anima viva. Il Salvatore dovevo essere io! Con l’aureola sul capo, tornò il buon umore. Siamo isolati - disse il ...
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La via del Supramonte 9 - Mina Arrivò l’autunno, portandomi non pochi problemi. La pioggia, assente per quasi sei mesi, cominciò a tormentare le mie giornate a partire dalla metà di ottobre. L’acqua rese difficile maneggiare gli strumenti sistemati sul grande leccio prigioniero nel castello di tubi e legato con decine di metri di cavi e cavetti. Anche le strette tavole su cui, in precario equilibrio, mi muovevo sul castello di tubi divennero scivolose, ancor più quando vi si doveva salire con le scarpe sporche di fango, rossastro, viscido come la cotenna dei maiali. All’imbrunire cominciai ad avvertire il freddo pungente dei mille metri dell’altopiano del Supramonte: quando s’alzava il vento, e lì prese a regnare il Maestrale, non avevo modo di mantenere le mani calde e capaci di movimenti fini e delicati; ma, soprattutto, ero scosso da brividi continui, che mi resero le notti insonni, e infelici! Decisi, così, di chiedere ospitalità in caserma; grazie a dio mi venne subito ...
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La via del Supramonte 8 - Storia Per un paio di settimane mi dedicai a misure diverse da quelle di routine che, in mia assenza, svolse Beppe. Zaino in spalla, armato di cordella metrica, di cavalletti per la misura del diametro, di ipsometri per determinare l’altezza degli alberi e di registri per annotare in ordine i risultati, in quei giorni percorsi ampi tratti della foresta per determinarne la variabilità di forme, di composizione e di consistenza. Ho avuto molta fortuna: non mi sono mai perduto, lì a Montes, e sono sempre riuscito a trovare la via del ritorno. Sono certo, però, che mai sono stato solo nel mio girovagare per la selva; a parte i cinghiali, che sentivo muoversi nel fitto delle macchie intorno a me, di sicuro avevo addosso gli occhi di qualche pastore, amici di Zio Archa, il quale, magari, s’era raccomandato con loro di vigilare sulla mia sicurezza ed incolumità. Mica siamo soli, sai, qui in Supramonte. C’è qualcuno che vien quassù perché cos...
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Oselle L’anno mille è ricordato per molti importanti accadimenti. Drammatiche sono le cronache della disperazione di tanta gente che, radicata nella convinzione che Cristo avesse fissato la fine del mondo proprio in quell’anno ( mille e non più mille ), pensò di sfuggire ai terribili racconti dell’Apocalisse procurandosi la morte e infliggendola ai famigliari. A Venezia, però, quell’anno vide grandi festeggiamenti: in maggio il Doge, Pietro II Orséolo, salpò con una flotta alla volta della Dalmazia e sconfisse le bande di pirati Narentani che saccheggiavano quelle coste depredandone le ricchezze e catturando schiavi da vendere ai Mori. Liberato dai pirati, l’Adriatico divenne il Golfo di Venezia e la Dalmazia fu annessa, per sua spontanea deditione, ai domini marciani dello Stato da Mar . Anche dalla lontana Costantinopoli venne riconosciuto l’ardimento con cui Venezia aveva riportato la pace sui mari. Al princeps della città venne conferito il titolo di ...