La via del Supramonte

9 - Mina


Arrivò l’autunno, portandomi non pochi problemi.

La pioggia, assente per quasi sei mesi, cominciò a tormentare le mie giornate a partire dalla metà di ottobre. L’acqua rese difficile maneggiare gli strumenti sistemati sul grande leccio prigioniero nel castello di tubi e legato con decine di metri di cavi e cavetti. Anche le strette tavole su cui, in precario equilibrio, mi muovevo sul castello di tubi divennero scivolose, ancor più quando vi si doveva salire con le scarpe sporche di fango, rossastro, viscido come la cotenna dei maiali. All’imbrunire cominciai ad avvertire il freddo pungente dei mille metri dell’altopiano del Supramonte: quando s’alzava il vento, e lì prese a regnare il Maestrale, non avevo modo di mantenere le mani calde e capaci di movimenti fini e delicati; ma, soprattutto, ero scosso da brividi continui, che mi resero le notti insonni, e infelici!

Decisi, così, di chiedere ospitalità in caserma; grazie a dio mi venne subito concessa. 

Un mattino di fine novembre lasciai di malavoglia il tepore di Funtanabona per tornare al mio lavoro a Sas Baddes. Fuori della caserma trovai l’altopiano avvolto da una nebbia padana

Vidi subito che gli strumenti erano stati toccati, e spostati; nulla di grave, tutto funzionava alla perfezione, anche se le batterie s’erano ormai quasi del tutto scaricate. Corsi subito ad accendere il gruppo elettrogeno che avrebbe alimentato tutte le attrezzature del laboratorio. Per arrivarci, notai un grosso cordone nerastro che correva tra le pietre, coperto malamente con un po’ di terriccio e mascherato con qualche frasca recisa da poco. Il cavo terminava vicino al generatore; guardando con attenzione, notai un grosso involto di carta sistemato sotto all’alternatore. Mi si fermò il cuore: era una mina, e il cavo era una lunga miccia. Un attentato dinamitardo in piena regola!

Battei ogni record di velocità: in metà del solito tempo impiegato per tornare alla civiltà, ero tornato in caserma e stavo denunciando la mia scoperta ai due Marescialli. 

Io avevo la voce rotta dall’affanno … loro erano felici per la novità, elettrizzante davvero. Passarono nemmeno tre minuti e due campagnole di agenti in mimetica, col mitra a spallaccio, correvano verso Sas Baddes.

- Era solo carta, avvolta nel pacco che lei ha visto. La miccia era combusta da almeno un paio d’anni! Insomma … uno scherzo, se così si può dire … nessuna altra traccia, se non quelle che qualcuno voleva che anche lei vedesse - disse il Comandante della stazione dei Carabinieri - Ho già telefonato al Generale - continuò il Comandante dei Forestali - ed ha già preso i giusti provvedimenti, concordati con qualcuno che è meglio non nominare.

Il provvedimento arrivò l’indomani. Era un vecchio operaio forestale, di quelli che per anni ed anni aveva lavorato a Montes e che dunque conosceva la foresta come le sue tasche. Avrebbe dovuto sorvegliare il nostro sito, ma in qualche modo era giunta la raccomandazione che era meglio adibirlo alla cucina, come aiutante di Zio Archa. 

E così fu.


Franco

Il maestrale dona ai lecci le chiome a bandiera


 

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