Filare
È una delle prime immagini della casa dei nonni, sul monte, a Villabalzana, di cui conservo memoria.
Avevo forse quattro o cinque anni, e una voglia immensa di scoprire e di capire il mondo; giravo sempre per le stanze, alla ricerca di angoli e di oggetti non ancora veduti, e studiati.
Mi piaceva anche sperimentare strade nuove: ad esempio entravo spesso in salotto passando dalla finestra che si apriva sulla terrazza, cui s’accedeva dalla corte. Fingevo di non sentire gli strilli allarmati della mamma e della nonna, che spesso stavano lì a sferruzzare all’ombra profumata della pergola di Marzemino. A me sembrava che stessero lì ad attendere la maturazione dei grappoli di acini violetti di cui la mamma era ghiotta.
Proprio lì, nell’angolo accanto alla porta del salotto, era sistemata una macchina misteriosa, davvero complicata. Era di legno scuro per gli anni, lucido e forse consumato dalle molte mani di nonni e bisnonni che l’avevano toccato, stretto e maneggiato, forse per secoli … una misura misteriosa di cui avevo sentito parlare dal prete, in chiesa. Doveva essere un tempo immenso!
Mi sedevo per terra a studiare quella meraviglia. Ricordo una larga ruota di legno, a raggi lavorati come colonne, grande come quelle della bicicletta del papà. C’era poi un largo pedale a tavoletta, simile a quello della macchina da cucire Singer che la mamma teneva nella sua stanza di lettura e di lavoro. C’era anche una grossa spoletta, come la chiamava la Gemma, che mi diceva servisse a raccogliere il filo. Mi pareva impossibile: Fernando, il mio fratello più grande, aveva raccontato di un amico che aveva tolto la spoletta da una bomba … insomma, quella sì era una cosa seria … una bomba, non un filo di lana! C’erano anche due pettini coi denti ricurvi montati su di un disco di legno che girava insieme alla ruota, e poi anche un arcolaio, l’unica parte della macchina che avevo veduto funzionare quando la mamma aveva raccolto in gomitoli alcune sue matasse di lana.
Nonostante le mie osservazioni e gli studi approfonditi tutto mi restava misterioso.
Le mie domande ricevevano risposte incomprensibili … serve a filare la lana col fuso e il rocchetto … e altre cose di cui mi sfuggiva il senso. Avrei dovuto chiedere cosa volesse dire filare, cosa fosse il fuso, e poi il rocchetto … ma alla mia età avevo faccende ben più importanti da affrontare, e scappavo via senza attendere risposte. Tanto già sapevo che la Bella Addormentata s’era punta malamente con un fuso e che anche la Berta filava, filava, da tempi immemorabili. Chi era poi la Berta? Mai vista in corte, e mai sentita nominare in paese.
Non so chi filasse in casa nostra. Ma ho visto una foto di Marcello che portava al pascolo una bella pecora lanosa e ricordo la nonna che raccontava come le donne della corte, ma forse anche quelle di Vicenza, si riunissero a filare, e a far filò, a commentare cioè le faccende veramente importanti della vita di allora: amori, matrimoni, figli e disgrazie.
Insomma, sono nato troppo tardi: non ho potuto vedere e capire come la corte vivesse intorno al filatoio e all’arcolaio.
Franco
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