Mani
Era tornato nella sua vecchia casa di Vicenza, e così potevo andare spesso a salutarlo: una partita a scacchi, una minestra per cena, un bacio svelto e poi via, di corsa, a Padova, dai miei bambini.
Ogni volta lo trovavo più stanco, distratto, con poca voglia di parlare, forse anche di ascoltare.
Gli stringevo le mani. Ricordavo il papà di trent’anni prima, forte, pieno di vita. Aveva mani d’acciaio, che mi facevano quasi paura, come la sua voce, un po’ burbera, adatta agli ordini più che alle coccole.
Ora stringevo mani magre, pelle ed ossa. Le ossa potevo contarle tutte, ad una ad una, e la pelle era diventata sottile, una pergamena fragile, quasi trasparente. Le accarezzavo con nostalgia ed amore, sommerso da un mare di ricordi e di emozioni.
Ora guardo le mie mani, e ricordo papà vecchio, seduto in poltrona, che mi parlava dei suoi figlioli, di cui ricordava mille storie buffe, a volte tenere, altre volte amare, gesticolando.
Poi s’azzittiva, stanco, e io mi chinavo a stringere quelle sue mani tra le mie, cercando di farlo sorridere parlandogli dei miei bambini. Mi guardava, ma mi pareva perduto nei ricordi di una vita intera, dove ormai non c’era più spazio per i suoi ultimi nipotini.
Guardo le mie mani e mi prende un groppo alla gola. Mi ricordano le sue …
Se ne è andato quando il mio piccolo aveva tre anni.
Ieri ha imparato a dare calci alla palla … - gli avevo raccontato - ed ha subito rotto una lampadina. Speravo di farlo sorridere. Ha solo stretto la mia mano, forse per farmi sapere che aveva capito.
Ha tenuto gli occhi chiusi, continuando a guardare, da solo, il film della sua lunga vita.
Franco
Commenti
Posta un commento