Fichi
In giardino, a Padova, crescono tre alberi di fichi.
Uno, che mi è stato donato da amici, l’ho piantato al posto di un vecchio fico schiantato dal vento. Gli altri sono arrivati così, spontaneamente, immagino portati dai merli.
Mi piace vedere sbocciare e ingrossare i fiori.
L’albero piantato ha sviluppato una chioma molto ampia che s’abbassa verso terra così che, all’altezza del naso, mi offre piccoli frutti bianchi e dolcissimi. Ne produce in gran quantità, così che umani e merli possono restare soddisfatti dall’abbondante raccolto.
Gli altri due alberelli hanno invece la chioma che s’allunga verso il cielo, così che per raggiungere i frutti, violetti e corposi, devo piegare i rami col manico ricurvo del bastone. Questi frutti, grossi e dal lungo picciolo, sono amati dalle formiche, che si saziano a partire dalla buccia e si fermano solo una volta terminata la polpa, a ridosso del ramo.
Non si può competere con le formiche: troppo numerose e per nulla ragionevoli!
I merli mi concedono i fichi che ingrossano e maturano sui rami più bassi … s’accontentano di quelli sui rami più alti, per me irraggiungibili.
Le formiche invece rodono tutto quello che rientra nella loro dieta, ed hanno un caratteraccio terribile! S’arrabbiano se si sentono in qualche modo minacciate, e mi mordono se solo sfioro con le dita un fico che considerano loro proprietà per diritto di conquista!
Sorrido mentre ammiro i miei tre alberelli. Attraverso le loro fioriture seguo le stagioni come la mamma e il papà facevano sul monte, a Villabalzana.
Io però quasi non mangio i fichi di Padova: mi paiono fuori luogo, un dono forzato della natura costretta tra strade asfaltate e palazzi che occupano il cielo.
I fichi che conservo nel cuore sono solo quelli del monte. Grossi o minuscoli, dorati o scuri, a volte quasi neri. Quelli della mia infanzia erano come caramelle, che andavo a raccogliere e a mangiare sul posto in ogni ora della giornata.
Il meglio lo gustavo nel primo pomeriggio: frutti caldi di sole, profumati, carichi di zucchero. Alcuni, i migliori, seccavano sull’albero, ed assomigliavano a quelli che la mamma comperava a pacchetti, sotto Natale, per preparare i dolci più gustosi di questo mondo, farciti col ricordo dell’estate a Villabalzana.
Franco
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