Porcello
Lì, sopra il forno, la terra scottava; mi pareva anche d’avvertire sentori di carne arrostita.
È il profumo del porcello che cuoce … il suo profumo ci dirà anche quando sarà cotto a puntino. Capii appena le parole dette da Bastiano, che lì tutti chiamavano Zio Bastianu, con la u finale.
Sorrideva, parlandomi. Era raro il sorriso sulle sue labbra. Doveva essere davvero contento dello spuntino che mi stava offrendo.
Si era alzato per servire agli amici del vino fresco, color dell’oro. Attingeva la malvasia da un mastello di ulivo in cui era stato sistemato, un ora prima, un secchio riempito di ghiaccio. Il gruppetto degli amici più anziani, seduti intorno al forno, avevano alzato le mani coi bicchieri vuoti, e continuavano a ridacchiare parlottando tra loro in un sardo così stretto che non riuscivo ad intendere una sola parola.
Quanto manca? Domandò Bastianu. Uno degli amici, che indossava una vecchia giacca da forestale, posò il bicchiere su di una tavola di canne e allungò le braccia sopra la terra calda. Quindi avvicinò le mani al viso, le guardò e le annusò a lungo con lo sguardo attento, compreso.
Ancora mezz’ora … meglio tre quarti d’ora - sentenziò.
Gli altri assentirono con la testa; bevvero un altro sorso di vino e ripresero il loro rosario di battute di cui rideva tutta la compagnia.
Molti erano forestali che già conoscevo; alcuni mi aiutavano a Funtanabona. Erano anch’essi seduti su sgabelli di ferula e giocavano a carte con movimenti velocissimi, sempre accompagnati da esclamazioni colorite.
Tu non vuoi giocare, professore? Mi chiese Bastiano.
Figurati … no! No davvero! - intervennero in coro i forestali fermando per un istante la partita - sarà anche un professore, ma non sa proprio contare le carte! Non ci sta coi numeri! Non si può giocare con lui.
Sorrisi amaramente. Pensavo di saper giocare a briscola e a tressette - risposi, quasi sottovoce - ma voi Sardi, con le carte, sembrate di un altro pianeta.
Risero tutti, compiaciuti. Lo fece anche Bastiano, che per un attimo sembrò mettere da parte il dovere dell’ospitalità.
Tra un poco vedrai come funziona il nostro forno - cambiò subito discorso, indicandomi il gruppo degli anziani che chiacchieravano guardandomi con occhi vivaci e sorseggiando il vino fresco - stamattina abbiamo scavato la fossa, lì, dove c’è terra profonda a sufficienza. Sul fondo abbiamo messo sassi e legna di leccio, mirto e ulivo ed ancora, tutto intorno, pietre. Abbiamo acceso il fuoco. Quando sono rimaste solo le braci, le abbiamo ricoperte di pietre, e sopra abbiamo steso uno strato di foglie fresche di mirto e di ulivo. Sopra le foglie abbiamo appoggiato il porcello, che abbiamo subito ricoperto di altre foglie profumate, e poi ancora di pietre. Alla fine abbiamo chiuso il forno con la terra, in modo che non perdesse calore e umidità. Niente fiamma, solo braci.
Nell’attesa, abbiamo preparato tavoli e sgabelli, con la ferula, come sai. E tra un po’ ci sederemo tutti a tavola a mangiare.
Ce lo dirà zio Gavino, quando sarà il momento giusto per recuperare il porcello? - domandai. Lessi un lampo di perplessità sul viso del mio amico maresciallo. Passò in un attimo. Senti - rispose - in base al peso del maialetto abbiamo deciso che ci vogliono almeno cinque ore di cottura, meglio sei. Fu il mio turno di restare perplesso. E il profumo? - domandai - non è il profumo che dice quando il maiale è cotto …?
Ma dai - sorrise Bastiano - ti hanno preso per il culo! Gavino ha allungato le braccia per guardare l’orologio che era coperto dal polso della giacca. Ha visto che mancava ancora mezz’ora al tempo che avevamo concordato insieme.
Mi fissò attentamente negli occhi. Guarda, professore, che noi scherziamo solo con gli amici, quelli cui vogliamo bene, e che rispettiamo!
Tutti assentirono con la testa, sia gli anziani, sia quelli che giocavano a carte, ma che stavano attentissimi a quello che stava dicendo Bastianu.
Se sei qua al nostro spuntino - intervenne zio Gavino - è proprio perché sentiamo che sei dei nostri. D’accordo, sei continentale, sei ignorante dei nostri costumi, sei incapace a giocare a carte … ma nessuno è perfetto! Si era alzato, e mi stava porgendo un bicchiere di malvasia.
Era il massimo del rispetto e dell’amicizia per un Sardo del suo rango e della sua età.
Franco
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