Sala parto
Non ne sapevo nulla … di questa pratica …
Di bocca mi erano uscite parole in conflitto con la grammatica e la sintassi, roba da quattro, al liceo. Esprimevano però tutto il mio ignorante stupore di fronte a quanto mi stava raccontando la moglie di zio Archa mentre salivamo al Supramonte stipati nella campagnola dei Forestali.
Appena fuori da Orgosolo la donna mi aveva indicato una macchia di lecci in mezzo alla gariga, colorata di asfodeli, cisti e pancrazi.
Andavano tutte a partorire lì - mi aveva detto - altro che ospedali … in quel posto sono nata anch’io!
Ma dai - mi era venuto da esclamare - come è possibile … ?
Mi guardò storto, come se avessi messo in dubbio le sue parole. Mi scusai subito, dichiarando la mia ignoranza su questa pratica medico-forestale …
Venivano a piedi dal paese, la donna che stava per partorire, e le comari che l’avrebbero aiutata.
Lì in mezzo c’è un vecchissimo leccio, con un ramo orizzontale al posto giusto per potervisi aggrappare.
Prima di continuare mi fissò aspettando che capissi il senso delle sue parole, io ragazzo del nord privo di educazione e di cultura!
Sotto si mettevano foglie e paglia, e poi un lenzuolo pulito. Tutto il resto lo faceva la natura, e la gravità. Così nascevano bambini sani, forti, capaci di affrontare da subito il Supramonte.
Restai esterrefatto. Gli altri, i forestali in divisa, erano silenziosi e muovevano la testa in segno di assenso. Io pensai che chi non nasceva sano e forte nemmeno sarebbe arrivato, poi, al paese. Lo dissi a modo mio: … beh, era una bella prova di resistenza, per la mamma e per il bambino! Qua potevano nascere soltanto bambini d’acciaio, ne sono sicuro …
Tutti continuarono ad assentire con la testa, senza un sorriso.
Sorrise solo la moglie di Archa. Si, è dura la Sardegna - disse - ci si deve adattare in fretta! Non c’è alternativa.
Franco
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