Piano
La casa di Giangi era molto spaziosa.
C’erano numerose stanze distribuite su due piani.
Ricordo ben poco delle mie notti al Lido: di certo dormivo con la mamma e col papà; le mie sorelle s’erano sistemate con Floriana, sorella di Giangi, loro coetanea.
Ricordo la cucina e la sala da pranzo, fresche e sempre ventilate.
C’era un salotto, nel quale poltrone e divani erano addossati alle pareti; nel mezzo campeggiava un pianoforte a coda.
Vieni, Eugenio - esclamò zia Irma - facci sentire come suoni.
Questo ricordo mi dipinge Giangi forse di uno o due anni più grande rispetto al nostro primo incontro. D’accordo, Wolfgang aveva stupito il mondo quando non aveva ancora quattro anni; Eugenio ci stupì facendo volare le dita sulla tastiera a sei, sette anni al massimo.
Sorrideva e suonava a memoria, senza spartito.
Poi si aggiunse la zia, e suonarono a quattro mani. Si guardavano e ridevano del loro gioco.
Stavo a bocca aperta. Di musica capivo assolutamente nulla. Ero anche stonato.
Mio cugino, invece, suonava il piano, e sembrava che per lui fosse naturale, facile come giocare con le biglie sulla sabbia. Sorrideva, divertito.
Confesso, l’ho ammirato. Anzi no, l’ho invidiato, tantissimo. Col cuore stretto.
Franco
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