Superstiti


Conservo alcune foto della Namibia inviatemi da Giulio, mio nipote, quando insegnava a Cape Town e conduceva i suoi studenti a visitare i luoghi più interessanti di quella parte meridionale dell’Africa.

Ho usato quelle immagini anch’io, a lezione. Mi fornivano spunti per trattare della variabilità degli ambienti sulla Terra, e delle condizioni che oppongono limiti alla vita, spesso impedendola. 

Il deserto del Namib è uno dei luoghi più inospitali del nostro pianeta: uno spettacolo di rocce e di sabbie dipinte coi colori più inattesi, in cui giocano luci e ombre coi più duri contrasti. Qua e là vi si può incontrare qualche forma di vita capace d’adattarsi alle dune riarse, ma ovunque dominano i resti, o le tracce, di chi non è riuscito nell’impresa di sopravvivere.

Di recente ho veduto dei disegni donati a Giulio, mio suocero, da alcuni suoi compagni di prigionia, patita nel cuore equatoriale dell’Africa, da cui tornò ben oltre la fine della guerra. 

Sul retro di un dipinto si legge una sola parola: “superstiti”. 

Non c’è bisogno di chiedersi il significato di quello che certamente è il titolo dell’opera, che colpisce il cuore con un unico messaggio, di morte.

Le foto della Namibia e il disegno di nonno Giulio per questo s’assomigliano: trasmettono entrambi il senso di privazione, di sofferenza, di una sopravvivenza quasi impossibile, destinata ai più tenaci.

Mi sono domandato se il disegno volesse ricordare chi non ce l’ha fatta, oppure se fosse un memento destinato ai pochi che son riusciti a tornare a casa.

È un dubbio sciocco, questo mio. 

L’autore voleva certamente ricordare la sofferenza condivisa con chi, per anni, ha conosciuto la prigionia in un campo di concentramento inospitale, sperimentandovi ogni forma di privazione. 

Null’altro va letto in quei tratti grossolani, duri ed essenziali, di pennello. 

Solo un’invocazione: mai più!


Franco


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