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  Orchidee   Avevo trovato nel frigorifero una busta di cellophane con uno stelo fiorito di orchidea. Si mangia? Chiesi incuriosito. Non azzardarti a toccarlo! Gridò mia sorella con aria spaventata all’idea che potessi addentare i suoi fiori.   Ma sono fiori, obiettai, cosa ci fanno nel frigorifero? Si devono conservare al fresco. Rispose lei brusca, e con questa indicazione pose termine alle sue spiegazioni. Dovetti rivolgermi alla mamma. Mi sembrò un po’ imbarazzata ad affrontare il discorso con me.   Sono orchidee, fiori importanti. Gliel’ha regalate un ragazzo … , cercò di farmi capire la mamma, tenendo per un attimo le parole sospese. Sono un segno … che … insomma, che le vuole bene,   e lei desidera che questo duri il più possibile, come i fiori. Restai a bocca aperta, stupito. Belli, si, sono proprio belli, obiettai, ma se li tieni in frigo e non li puoi vedere, a cosa servono?   Me ne andai senza avere risposta. Se devi conservarlo in frigo, l’amor...
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  Posacenere   Lo studio del papà era grande, ombroso, severo. Metteva tutti un po’ in soggezione, e nemmeno i miei fratelli vi entravano volentieri. Io, invece, ci andavo spesso: lì giocavo a caccia al tesoro . Adoravo la scrivania: arrivavo appena a mettere gli occhi a livello del ripiano, ma già così mi sentivo autorevole come il papà, che era importante; lo dimostrava il tagliacarte, appuntito e tagliente come un pugnale, come la spada da ufficiale appesa alla parete, troppo in alto per me.   Poi c’erano le penne stilografiche, una blu e una rosso sangue. Il segno del potere, come quello del maestro che correggeva i compiti con quegli inchiostri. Macchina da scrivere: un monumento, pesantissima! Ho provato più volte ad usarla, ma facevo fatica a premere i tasti, con tutte quelle levette e quei rimandi … ci voleva forza, roba da grandi. Stupenda la calcolatrice: cento tasti, tutti i numeri messi lì in ordine perfetto che neanche il maestro ci sarebbe riuscito. E tre ma...
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  Vizi   Durante il campo estivo dei lupetti si poteva telefonare a casa solo dall’osteria, che stava su, al passo.   Dal fienile affittato dalla parrocchia erano due chilometri di sentiero tra prati e boschi. Si andava tutti insieme, ma solo pochi telefonavano. Quattro parole in croce.   Alla mamma e al papà bastava capire che eravamo vivi. Poi avrebbero passato la notizia agli altri genitori che non disponevano di un telefono. È stato lì, all’osteria, che ho scoperto la birra.   Qualcuno, tra i più grandi, ne prendeva una bottiglietta.   Per sentirmi grande ne comperai una anch’io.   Era amara e non mi piacque. La lasciai quasi piena sul bancone. Se la bevve il prete, senza pensarci un attimo. Restai sbalordito. Vino a messa e ora birra all’osteria! Di sicuro aveva il vizio del bere! Franco
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  Messa Servivo messa anche al campo dei lupetti. Non c’era una vera chiesa, lì, ma una cappellina, poco più di un capitello.   Ci stavano dentro l’altare, l’immagine della Madonna col Bambino, due panche e una acquasantiera. E poi il cappellano e i due chierichetti.   Restava spazio solo per altri quattro lupetti; gli altri stavano fuori, sul prato, la maggior parte a dormire in piedi.   La funzione però finiva in un attimo: niente preghiere superflue, niente omelia.   Le squadre facevano la Comunione a turno. Poi tutti a lavarci, si fa per dire, e a far colazione: latte in polvere sciolto nell’acqua e gallette dono agli Italiani da parte del Popolo Americano. Un po’ secche! Giù, nella stalla.   Tanto per ricordarci cosa eravamo! Franco
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  Trani Fabio mi ha inviato una foto. Da Milano, dove è venuto per lavoro. Gli piace Milano; con un amico la sta girando per scoprirne l’anima, non quella dei grandi monumenti, o dei musei, ma quella più minuta, più nascosta e forse più affascinante. Così mi ha raccontato di una città piena di verde, nella quale le famiglie vanno a pranzo in trattoria, sedendo all’aperto, e dove si incontrano scorci inattesi, di altri tempi, carichi di storia e di tradizioni. Ecco, la sua foto mi ha mostrato i Navigli, pieni di luce, con i parapetti di ferro e con la gente che prende il fresco seduta fuori dalle osterie, i trani , come si chiamavano una volta. Un’altra foto mi ha emozionato: ritrae una vecchia, vecchissima tettoia di legno, col tetto un po’ sconnesso, in parte di coppi, in parte, forse, di ardesia.   La strada delle lavandaie, mi ha riferito Fabio, per sottolineare il senso antico di quel luogo, che conserva i segni di una attività misera, ma essenziale, fino ad un secolo fa. ...
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  Sarpi Carlo, mio cognato, era famoso: aveva scritto un testo di Letteratura italiana diffuso in tutto il paese. Non c’era studente delle superiori che non l’avesse studiato, sfogliato o sentito nominare. Insegnava a Cagliari, ma lo vedevo ogni anno quando saliva da noi per le vacanze. Aveva una sua visione del mondo, e della cultura, che proprio non collimava con quella del mio professore d’italiano, don Rino, anzi, monsignor Rino, che era un prete di buona caratura. Cercare di armonizzare le idee di Carlo con quelle di don Rino era impossibile, come mescolare l’acqua con l’olio.   Carlo mi aveva regalato un mucchio di libri. Tra gli altri ricordo dei bellissimi volumetti di Natalino Sapegno, che allora era professore alla Sapienza ed era maestro di mio cognato. Divorai i libri di Sapegno in terza liceo, e me ne innamorai, sorvolando sul fatto che erano piuttosto di parte . A forza di leggerle, avevo mandato quasi a memoria alcune di quelle pagine. Fondamentali furono quell...
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  Pali Quanti punti di vista! Discordanti. Il nonno si amareggiò vedendo lo sbrego nel bosco. Una brutta ferita, che colpiva gli occhi e l’anima, dritta, netta, dolorosa perché aperta proprio tra gli alberi del monte davanti alle finestre di casa.   Il papà, invece, era contento: avrebbe potuto ascoltare le notizie alla radio, così da non dover scendere in città a comperare il giornale ogni santo giorno delle sue vacanze.   La mamma poi era al settimo cielo: fatti quattro conti, decise che investendo in un piccolo frigorifero avrebbe messo in pensione la moscarola costruita forse un secolo prima, e avrebbe potuto conservare senza rischi il burro e la carne per molti giorni: un bel risparmio davvero! Io saltai di gioia a vedere che anche in campagna erano arrivate le lampadine che davano luce a comando. Un clic dell’interruttore, un attimo davvero, e potevo restare alzato a lungo dopo cena, anche quando il buio impediva di vedere cosa stessero combinando i gatti giù in ...