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Feste Da noi si faceva festa il giorno della Befana. Era festa perché si distribuivano i doni; erano soprattutto destinati a me, che ero l’unico bambino di casa. Ma anche i miei fratelli avevano pacchetti da scartare, e così ce n’era un bel mucchio sistemato sul tavolo del salotto. Era molta apparenza, però, perché di sostanzioso, a quei tempi, c’era poco da regalare; ma la festa era grande lo stesso, perché si sentiva la gioia di fare e di ricevere un dono. Eravamo tutti lì, al caldo, a scartare, a guardare, a esprimere sorpresa. Si respirava il senso della famiglia, tutti uniti, tutti stretti uno all’altro, dai nonni al nipotino più piccolo; tutti sorridenti, a volte insieme anche a battere le mani o a stringersi in un abbraccio.   Finita la cerimonia dei doni, sulla tavola compariva una grande cesta di mandarini, sistemati in un mare di bagigi e di noci. Frutta secca, che la mamma adorava.   C’era anche la torta, che si mangiava a metà; l’altra metà restava per finire il p...
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  Sci Mario volle che andassi a sciare con lui. Il mio papà non ne era entusiasta, forse un po’ per il timore che nutriva nei confronti dello sci, forse anche per non sentirsi obbligato verso la famiglia del mio compagno, che non conosceva. Mario insistette, caparbiamente, e nella questione fece intervenire anche uno zio, che era caro amico e collega del papà. Che alla fine cedette. Venni così equipaggiato di tutto punto: sci nuovi, tedeschi, della marca che mi suggerì Mario, scarponi all’avanguardia, coi ganci a molla, e un maglione strafigo , giallo canarino, che conservo ancora.   Passai una settimana in albergo, ospite dei genitori del mio compagno.   Quanti bei ricordi: mi innamorai subito di una capretta, che veniva a spasso con noi, come un cagnolino. E poi un mare di neve e le piste praticamente libere, l’albergo che mi pareva una reggia, del resto era la prima volta che alloggiavo in un albergo.   C’era anche una cugina di Mario, di un anno più piccola di no...
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  Olimpo Sono mappe di piccolo formato.   Sono state pubblicate a metà del settecento, raccolte nel volume/atlante “ Recueil des principaux plans des ports et rades de la Mer Mediterranée ” ad opera di Joseph Roux. Come spesso succede, i volumi vengono poi smembrati e venduti foglio per foglio.   Se ne perde così la storia, e il significato.   Ma si recupera la suggestione. Si può così sognare che siano state predisposte da qualche armatore e messe a disposizione dei comandanti delle navi: sono strumenti, senza alcuna pretesa estetica, ma molta precisione grafica.   Da esse poteva dipendere la sicurezza della nave e delle merci trasportate, oltre a quella dei marinai e degli eventuali passeggeri. Sono dei portolani . Vi si legge il disegno precisissimo della costa.   Lo testimonia l’accuratezza del rilevamento angolare dei monti che segnano l’orizzonte, la skyline si direbbe oggi, e quello delle insenature, degli isolotti e delle secche. Mi ha molto colpit...
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  Costumi Si andava spesso su quell’isolotto, perché lì il mare era una meraviglia.   Scogli che precipitavano nell’acqua, azzurra anche in profondità, coi pini che davano ombra fino ai frangenti. Un sentiero correva lungo la costa, così che si poteva scegliere con comodità dove scendere a fare il bagno. Non facevamo troppo caso agli altri bagnanti, spesso privi di … costume. Quelli stavano a rosolare al sole, stesi sugli scogli come polpette istriane da cuocere alla piastra.   Noi invece ci sistemavamo sempre sotto ai pini, nell’ombra profumata di resina, e leggevamo stando comodi sui lettini, cullati dal fruscio della risacca.   Restavamo spesso lì anche a mangiare, sbocconcellando i panini portati dall’albergo.   Solo allora ci si trovava circondati da commensali inattesi, che comunque ostentavano sgargianti costumi.   In genere erano mamme coi piccoli; quelle erano molto guardinghe, anzi, sul principio erano attente ad ogni brusco movimento, ma poi si f...
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Bigòlo Da noi il bigòlo stava appoggiato al muro della cantina, cioè della caneva, come si diceva sul monte. Le secchie venivano sistemate sopra l’acquaio, da noi detto seciàro  proprio perché stava sotto le secchie. Lì c’era l’acqua usata per bere, per cucinare, per lavare i piatti. Quando l’acqua finiva, bisognava andare alla fontana per riempirle. Si andava inforcando sulle spalle il bigòlo , il legno ricurvo, coi ganci di ferro avvitati agli estremi, su cui si sistemavano le secchie. Eccolo qua, il bigòlo , immortalato in una foto della corte dei nonni scattata dopo la metà ‘800. Lo regge una donna; le secchie sembrano di rame. Metallo antisettico! Facile dire prendere l’acqua . Molto meno facile era farlo bene! Il perché è presto spiegato … Da casa nostra alla fontana … circa cinquanta passi. Una secchia … circa dieci litri d’acqua, con due secchie si arriva a portare sulle spalle venti chili di peso. Strada bianca e sassosa, in discesa per arrivare alla fonte, in salita per ...
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  Tronchi “ Il sole dà spirito e vita alle piante, e la terra coll’umido le nutrisce ”, scrisse Leonardo Da Vinci cinque secoli fa. Poi, nel suo Trattato di pittura , osservò anche che: “ … li circuli delli rami degli alberi segati mostrano il numero delli suoi anni e quali furono più umidi e più secchi secondo la maggiore o minore grossezza. E così mostrano gli aspetti del mondo dov’erano volti; perché più grossi sono a settentrione che a meridio ”.   Queste osservazioni leonardesche danno fondamento ad una nuova scienza che aiuta a comprendere il clima del passato, le condizioni di vita sulla terra e l’età dei manufatti lignei: si chiama dendrocronologia , che significa studio dell’età del legno.   Si può di certo affermare che, come sempre, Leonardo ha precorso i tempi.   Più di quanto egli potesse fare, oggi gli studiosi possono misurare e interpretare anche le più piccole differenze di dimensione tra gli anelli d’accrescimento che si aggiungono ad un fusto, anno...
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Ghiaccio Un tempo la ghiacciaia era un locale sotterraneo in cui, durante l’inverno, venivano accumulati la neve e il ghiaccio, ben pressati e coperti di paglia, in modo che si potessero conservare a lungo, magari da un inverno all’altro. I signori che vivevano in campagna spesso costruivano una ghiacciaia di questo tipo, per conservare il cibo deperibile, la carne, il pesce, la frutta o anche le bevande da servire ben fredde, in estate.   In città non era possibile scavare ghiacciaie sotterranee. Il ghiaccio però veniva venduto di casa in casa. Ricordo che il venditore di ghiaccio, che da noi chiamavano el giasarolo , girava per il quartiere con un carretto a pedali, una specie di triciclo col cassone messo davanti.   Il carretto era foderato di lamiera ed era protetto con vecchie coperte militari di lana. Il ghiaccio era in barre lunghe circa un metro e di una spanna di spessore; dovevano pesare parecchio. El giasarolo   le spostava usando robusti uncini di ferro. Il v...